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Archivio mensile:maggio 2013

 

Ce sta troppo rummore troppo casino
lascia che ‘o raiss ti parli da vicino
pe te dicere tienelo a mmente chi è ‘o bbuono e chi è ‘o malamente…
allora arape ll’uocchie e cervella e tienelo a mmente
chi è ‘o bbuono e chi ‘o malamente
ind’a chistu clima ‘e caccia ‘o criminale
no nun voglio fa’ nu tribunale universale
chest’è sulamente n’opinione personale sulo nu giudizio individuale
allora guarda ‘e fatti in maniera razionale
senza stà a sentì sta propaganda elettorale
te voglio dicere tienelo a mmente chi è ‘o bbuono e chi ‘o malamente
no nun pozzo suppurtà chi nun riesce a capì
addò stà ‘o bbuono e ‘o malamente
ce sta chi tiene ‘e ccarte ‘e cientomila lire
ce sta chi ind’a sacca nun tiene manco mille lire
ije so’ nato e so’ cresciuto ind’a nu quartiere
addò o arruobbi o spacci o te faje na pera
senza ‘na lira nanz’a televisione
che te dice nun sì ommo si nun tiene ‘o machinone
‘a scola ll’aggio fatta mmiezo ‘a na via
mmiezo ‘e mariuole e mmiezo ‘a polizia
e allora che vulite si vendo ‘a cucaina
si voglio magnà purrije sera e matina
si voglio stà pur’ije comm’e figlie d’e signure
co ‘e denare ind’a sacca ‘e co ‘e vestiti bbuoni
allora quanno liegge ngoppo ‘e ggiurnali
che ‘e uardie hanno acciso ati quatto criminale
pienzece bbuono tienelo a mmente
chi è ‘o bbuono e chi ‘o malamente
no pozzo suppurtà…
nun me parlate cchiù ‘e moralità
nun me parlate d’onestà e criminalità
ije so’ cresciuto senza manco n’opportunità
chello che faccio ‘o ffaccio sulo pe’ magnà
ind’a chistu munno ce sta chi arrobba legalmente
e sfrutta tutte juorne a miseria ‘e ll’ata gente
allora pecchè pe’ tutta chesta ggente
lloro so’ bbuone e ije so’ malamente?

Come ormai tutti voi saprete Barca ad aprile ha presentato un documento intitolato “Un partito nuovo per un buon governo”, che ha riacceso la discussione sul ruolo dei partiti ed in particolare sui partiti di sinistra. Un documento su cui Barca non cerca adesione, ma sopratutto confronto come ha dichiarato nella presentazione che egli stesso ne ha fatto sull’Unità del 12 aprile. Si tratta di un documento nato dall’esperienza maturata come Ministro per la Coesione territoriale che ha portato Barca a concludere che senza una nuova «forma partito» non si governa l’Italia.

Barca, ed io concordo pienamente, vuole “un partito che faccia riavvicinare le persone all’azione comune, sollecitando lo Stato ad una pratica dell’azione pubblica di «sperimentalismo democratico». Ossia un metodo che superi l’errore secondo cui pochi individui, gli esperti, i tecnocrati, dispongono della conoscenza per prendere le decisioni necessarie al pubblico interesse, indipendentemente dai contesti. Ed eviti l’altro, nuovo errore della nostra epoca: quello di pensare che la folla possa esprimere quelle decisioni in modo spontaneo, attraverso la Rete. Si tratta di chiudere con forza per sempre la stagione dei partiti Stato-centrici o di occupazione dello Stato, e di costruire un «partito palestra» che, essendo animato dalla partecipazione e dal volontariato e traendo da ciò la propria legittimazione e dagli iscritti e simpatizzanti una parte determinante del proprio finanziamento, sia capace di promuovere la ricerca continua e faticosa di soluzioni per l’uso efficace e giusto del pubblico denaro. Serve un partito che torni, come nei partiti di massa, a essere non solo strumento di selezione dei componenti degli organi costituzionali e di governo dello Stato, ma anche “sfidante dello Stato stesso” attraverso l’elaborazione e la rivendicazione di soluzioni per l’azione pubblica”.

buon governo

La discussione su documento prosegue animata sia attraverso incontri territoriali che attraverso la rete sopratutto sul sito  http://pazzixbarca.wordpress.com e su twitter seguendo @fabriziobarca @pazziXbarca @zingaros76

Per continuare la discussione Rilancio la sintesi, pubblicata sul sito pazzixbarca della serata passata da Barca a discutere, con i militanti della sezione del Pd di via dei Giubbonari a Roma, della forma partito, dell’insuccesso alle elezioni politiche e del futuro del Pd.

“Il Pd è una risorsa, ma va usata meglio”. Barca spiega cosa vuole fare.

Pubblico con grande piacere un interessante dono che Luigi Lixi ha fatto al nostro Blog. Luigi ci parla della rete e dei nodi in una forma quasi poetica offrendo delle riflessioni molto belle oltre che interessanti.

La opportunità di lavorare con le reti.

Chi frequenta con una certa assiduità il mare, sia perché ci vive o ci lavora, avrà potuto osservare l’instancabile impegno che i pescatori dedicano alla cura dei propri attrezzi di pesca.

La sera, al rientro o nelle giornate di mancata pesca, si vedono chini intenti a rigovernare i propri strumenti di lavoro.

Mi ha particolarmente colpito, fin da quando ero piccolo, l’attenzione che essi dedicano al loro utensile primario: la rete.

La rete, per il suo arduo utilizzo, è soggetta a lacerazioni, rendendola non più efficace per il suo lavoro.

Se vi fermaste a osservare con attenzione, vi accorgereste come nella riparazione egli dedichi maggiore attenzione e impegno al nodo, componente essenziale della rete.

E’ questo l’elemento che la tiene insieme: senza il nodo, la rete non esisterebbe.

Se avreste il tempo di indugiare nell’osservazione, notereste come il pescatore insista soprattutto su almeno tre delle parti principali che compongono il nodo (qui, mi viene in aiuto quanto loro mi hanno insegnato):

–           il “corrente”: la parte terminale del cordino che partecipa attivamente al confezionamento del nodo;

–           il “dormiente”: la parte fissa, già appartenete al nodo e alla rete, che subisce gli intrecci eseguiti dal corrente;

–           la “maglia” (il nodo): alla fine del lavoro deve essere “ben fatta”, non troppo stretta (affinché permetta di ammortizzare gli strappi cui la rete sarà sollecitata), né troppo lasca (così da evitare che essa si sciolga, rischiando di perdere il pescato).

Nella costruzione di una rete, per realizzare dei nodi efficaci, occorre avere una certa sicurezza:

–           saperli fare bene;

–           saperli fare con il minore numero possibile di movimenti;

–           saperli fare con rapidità e pazienza.

In certe circostanze un’esitazione o un’incertezza possono trasformare il nodo, anziché in un fattore di sicurezza, in un vero e proprio nemico o, quanto meno, in una pericolosa complicazione.

Sono convinto che questa metafora sia valida, anche con una certa precisione direi, per le reti di relazione o reti sociali; anche in esse il vero punto d’interesse è il nodo.

Senza i nodi: l’incontro e il successivo collegamento tra una o più persone non esisterebbero.

La cura e l’attenzione che si dedica a esso attribuiscono carattere, qualità e durabilità della rete che andrà a formarsi.

Come il pescatore indugia con attenzione alla cura di almeno tre degli elementi costitutivi del nodo, così chi si dedica alla cura della rete di relazione, deve occuparsi con attenzione ai nodi (domini) che uniscono questa rete, soffermandosi in particolar modo, su almeno tre dei punti che li compongono:

–           partecipazione: deve essere esercitata bilateralmente; non solo da parte di colui o coloro che intendono legarsi al nodo (correnti), ma anche da parte di chi al nodo è già legato (dormienti); questi ha l’impegno (che gli deriva dal legame già generato) di mettersi a disposizione adattandosi al nuovo ingresso;

–           delega: coloro che compongono già il nodo devono esercitarsi nell’affidare, ai nuovi componenti il dominio, il compito di disseminare, a loro volta, i risultati raggiunti dalla rete e dal nodo;

–           organizzazione e gestione: la rete non ha gerarchie è organizzata orizzontalmente, applicare una struttura verticistica significa irrigidire uno strumento che ha nella fluidità del movimento il segreto del suo successo, ovvero l’attitudine a fluttuare adeguandosi al moto ondoso o alle correnti marine, così da aumentare la sua capacità di cattura.

La rete nel suo insieme ha un suo specifico compito: raccogliere i consensi e attivare le discussioni tra i nodi che la compongono.ballo

Il compito secondario è quello di ridurre i costi organizzativi, agevolando la disseminazione delle informazioni disperse, con la semplificazione delle procedure nella trasmissione delle comunicazioni e delle decisioni, lungi da voler produrre decisioni o scelte.

La metafora della rete e del pescatore mette in risalto come non sia la rete ad assumere le decisioni sull’attività di pesca: l’eticità o meno delle catture (utilizzo di una metodologia più o meno invasiva o il rispetto o meno delle pezzature consentite) è una scelta operata dal pescatore nella preparazione del nodo da inserire.

E’ con questo elemento (il nodo) che egli riduce gradualmente la maglia o il tipo di armamento della rete, rendendola più o meno adatta a catturare prede di diverse dimensioni e ad agire in minore o maggiore in profondità.

E’ errato attribuire alla rete compiti che non può ne deve esercitare; quello, ad esempio, di attribuire a essa la facoltà di esprimere una volontà, rischia, non solo di non realizzare alcuna democrazia, ma di indurre forzosamente all’esercizio della dittatura una maggioranza mutevole.

La rete ha il solo compito di rendere note le preferenze maturate in essa.

La manifestazione delle volontà è compito che compete, semmai, alle persone che compongono i nodi (domini).

Una rete, cui è attribuito il compito improprio di decidere su iniziative e progetti, sarebbe coinvolta in un processo decisionale che la porterebbe o a implodere o a esplodere.

Un esempio può aiutare nella riflessione: cosa accadrebbe se, attribuendo alla rete il compito di decidere, si dovesse scegliere tra un’iniziativa A, già acquisita poiché votata da una maggioranza, e una B, anch’essa votata a maggioranza, ma che risulta essere in palese contrasto con la precedente?

Accadrebbe che si debba ri-proporre un’iniziativa C, combinazione tra A e B, oppure, che A e B siano oggetti di un’ulteriore votazione, e questo fino all’infinito; fino quando non si venisse a raggiungere una decisione definitiva nella rete.

Con quale criterio votare: a maggioranza? relativa? qualificata? all’unanimità?

Il rischio è che la democrazia di rete si avviti in una continua deliberazione, man mano che aumenta la complessa interdipendenza dei temi sui quali la comunità è chiamata a decidere.

Dato allora che per alcuni A sarà preferito a B e per altri B sarà preferito a C e così via, è necessario che si interrompa questa circolarità delle preferenze.

Con il variare delle ipotesi cambieranno sia i vincitori sia i perdenti e quindi cambierà continuamente il consenso; il processo decisionale viene così a bloccarsi col nascere dei veti incrociati; a questo punto, per superare l’immobilismo, occorrerà affidare a qualcuno l’incarico di decidere per tutti.

E’ questa la “democrazia della rete”?

La regola della maggioranza può risolvere il problema solo se le minoranze non diventano poi maggioranza in proposte rivali.

Ecco il problema della rete: se da un lato semplifica la divulgazione delle informazioni, dall’altro rende più complesse le procedure decisionali.

La rete è un potente mezzo sia di raccolta e diffusione delle informazioni, che di discussione “orizzontale”, ma se gli si affida il compito di gestire la complessità delle decisioni occorre una delega verticale, una mediazione, con le conseguenze del caso.

Un altro errore, a mio avviso, è quello di identificare o paragonare la rete alla“società liquida”.

La “società liquida” può essere utile alla democrazia se colui al quale è stata conferita la delega è disposto a misurarsi continuamente con una struttura di consenso e di dissenso.

Non è concepibile che esista un’identità sovrannaturale che come dal nulla proponga le soluzioni migliori.

Luigi Lixi

In questi giorni ho riletto l’articolo che presentai, insieme ad Anna Bull, a Trento il 21 Ottobre del 2000 alla Conferenza Annuale dell’International Geographical Union e mi è sembrato che il tempo si fosse fermato: le tesi che sostenevamo mi sembrano ancora di grande attualità.

Sintetizzammo l’articolo in questo modo:

La teoria e l’analisi empirica dimostrano che lo sviluppo dipende da un molteplicità di fattori. Fino a poco tempo fa si attribuiva importanza fondamentale ai fattori prettamente monetari e tecnologici trascurando completamente il contesto sociale ed istituzionale in cui le dinamiche dello sviluppo operavano. Oggi moltissimi studiosi e politici riconoscono l’importanza fondamentale del lavoro sinergico tra tutti i fattori e gli attori direttamente ed indirettamente coinvolti nel processo di sviluppo sostenibile (in senso economico, sociale ed ambientale).

Grazie a molti autori, tra cui spicca Amartya Sen, oggi non si parla più di sviluppo intendendo la crescita economica ma ­­- ed è il modo in cui lo intendiamo in questo articolo – come il processo attraverso il quale l’insieme delle opportunità (capabilities) aperte alle persone viene esteso. Il concetto proposto è molto ampio e racchiude in se l’idea di sviluppo come miglioramento della qualità della vita: considera fattori ben più ampi dell’incremento del livello di reddito, includendo le condizioni di salute, l’istruzione, la sicurezza, la qualità dell’ambiente, l’esercizio delle libertà, l’efficienza istituzionale, ecc.

Insieme al concetto di sviluppo è stato modificata anche l’unità di analisi e di intervento delle politiche economiche concentrando l’attenzione sul contesto socio economico. Il contesto per sua natura varia da area ad area, tuttavia può essere esemplificato a fini descrittivi da due macro variabili, l’assetto istituzionale e il capitale sociale, cioè le interrelazioni che intercorrono tra i vari attori.

L’importanza del contesto sta’ diventando patrimonio anche dei policy maker italiani. Infatti negli ultimi anni molte delle politiche di sostegno allo sviluppo del Mezzogiorno mirano ad intervenire sul contesto. Ad interventi generalizzati o settoriali e decisi dall’alto è stata sostituita una politica che partendo dal basso coinvolga il più possibile tutti gli attori sia nel processo decisionale che nel controllo di efficienza ed efficacia degli interventi. Il chiaro intento di questi cambiamenti è stato quello di trasformare gli aiuti da strumenti assistenzialistici in fattori capaci di generare imprese, lavoro, miglioramenti civili, sociali ed ambientali. Si è cercato di intervenire sulle distorsioni più profonde della società meridionale puntando sul miglioramento della performance delle istituzioni ed incoraggiando la società civile e i cittadini a riacquistare fiducia in se stessi e a partecipare fattivamente alla determinazione ed implementazione del processo di sviluppo. In particolare le istituzioni sono state chiamate ad abbandonare logiche clientelari, burocratiche e corporative per far largo a criteri di efficienza e di efficacia nella erogazione dei servizi. In altre parole si sta’ puntando su interventi che non mirino a distribuire la spesa, bensì a produrre esternalità positive capaci di convincere gli operatori economici e sociali della convenienza ad investire in una determinata area (Ministero del tesoro, 1999).

Questo articolo è diviso in due parti. Nella prima parte, partendo da una analisi critica del lavoro di Putnam sulla tradizione civica in Italia (Putnam, 1993), si cerca di costruire una teoria del capitale sociale, in grado di sfruttare a pieno le caratteristiche olistiche di questo concetto. In particola cercheremo di identificare in quali condizioni il capitale sociale può avere un effetto positivo sullo sviluppo locale o, al contrario, avere effetti negativi, favorendo la crescita del clientelismo, della corruzione o addirittura della criminalità.

Nella teoria suggerita l’influenza del capitale sociale nei percorsi di sviluppo è strettamente connessa all’assetto istituzionale che caratterizza una determinata area.

L’assetto istituzionale (governance) è determinato dal mix di norme e comportamenti, condivisi ed accettati, formali ed informali che formano il quadro di riferimento, cioè le regole del gioco all’interno del quale le dinamiche socio economiche si esplicano. Dalla combinazione del tipo di governance e di capitale sociale si possono determinano contesti più o meno favorevoli allo sviluppo piuttosto che tendenti a situazioni di conflitto o di esclusione. Oppure, ed è il caso di gran parte del Mezzogiorno d’Italia, si determinano contesti che inducono a strategie di arrangiamento da parte degli attori sociali.

Nella seconda parte, l’apparato teorico elaborato è stata utilizzato per la lettura di un’area del Mezzogiorno d’Italia: l’Agro Nocerino Sarnese. Attraverso indagini documentarie e statistiche integrate da una serie di interviste con gli attori locali abbiamo analizzato le modificazioni subite dal contesto locale negli ultimi decenni. In questa zona si sono verificati fenomeni apparentemente contrastanti quali: l’aumento esponenziale dei consumi e l’altrettanto significativo aumento della disoccupazione; il consolidamento di un proto distretto a vocazione agroindustriale capace di competere su tutti i mercati esteri nonostante la presenza massiccia della criminalità organizzata. Queste ed altre contraddizioni possono essere comprese solo se si tiene conto che il capitale sociale e l’assetto istituzionale caratterizzanti una zona possono dare origine contemporaneamente sia ad effetti positivi che negativi. Infatti, durante gli anni ottanta esisteva una fitta rete di rapporti, conoscenze e relazioni, utilizzata per avvantaggiare esclusivamente una parte della comunità. Questo ha dato origine ad un intreccio perverso tra parte della classe politica, amministrativa, imprenditoriale e operaia, che ha causato una profonda distorsione nel processo di sviluppo.

Tuttavia a partire dal 1993 ci sono stati dei fattori esogeni ed endogeni che hanno dato vita ad un lento processo di cambiamento, quali: il cambiamento di molta della classe politica locale; l’arresto e il pentimento di molti boss camorristici locali; la fine dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno; ecc.. In altre parole, sono cambiate le regole del gioco rendendo più difficile l’utilizzo delle risorse pubbliche (economiche, sociali ed ambientali) per fini particolaristici. Questo ha indotto un cambiamento anche del capitale sociale che ha visto accrescere, seppur lievemente, le interrelazioni di tipo trasversali. In questo modo il contesto locale ha iniziato a produrre effetti positivi sul percorso di sviluppo.

Questo processo di cambiamento è appena all’inizio e può sfociare in almeno due scenari contrapposti: l’avviarsi su un sentiero di sviluppo che porti a benessere diffuso; l’accentuarsi delle strategie di arrangiamento. La fragilità e l’incerto sbocco del processo di cambiamento intrapreso è il punto cardine delle nostre conclusioni. In particolare i primi risultati dell’analisi condotta ci inducono a ritenere che l’intreccio perverso che si era creato durante gli anni ottanta non è completamente dissolto e quindi la consorteria politico-economico-criminale potrebbe volgere a suo vantaggio il calo di tensione delle istituzioni e della società civile verificatesi negli ultimi due tre anni.

La versione allegata si riferisce all’articolo  pubblicato  in The Institutions of Local Development, 2003 a cura di Fabio Sforzi – BULL, Anna; FRATE, Matteo. Social capital in the development of the Agro Nocerino Sarnese. , 141-173.

The social capital in the development of Agro Nocerino Sarnese

Se il pianeta spreca il cibo | Slow Food – Buono, Pulito e Giusto..

è un interessante articolo pubblicato da Carlo Petrini, presidente Slow Food, and Achim Steiner, UN Under-Secretary General and UN Environment Programme Executive Director

In questo articolo viene evidenziato come “un terzo del cibo che globalmente viene prodotto non nutre nessuno. E un cibo che non nutre nessuno non è solo inutile, è anche dannoso. Ed è la dimostrazione che il sistema “moderno”, “razionale” di produrre e distribuire cibo è un sistema basato sullo sperpero dei beni comuni a vantaggio di profitti privati.” Gli autori ci ricordano che “a qualcuno conviene produrre in modo incosciente per poi vendere in modo insensato; e a qualcun altro ancora conviene portare tutto in discarica in modo sconsiderato, rapinando ancora risorse, energia e tempo”.

Sopratutto è importante sottolineare che la soluzione allo spreco di cibo “sta in una produzione più ragionevole, che si ponga dei limiti, che rispetti le risorse comuni. Sta in un acquisto misurato, gentile verso il pianeta e verso noi stessi, sobrio e non nevrotico. Sta in politiche alimentari che sappiano connettere la produzione di cibo con l\’ambiente, la salute e i diritti.